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Pensione a 64 anni per tutti: cosa prevede la proposta e quanto costa in termini di assegno

pensione a 64 anni
Immagine di Alessandro Nuzzo
Alessandro Nuzzo
Giornalista, laurea magistrale in scienze economiche. Collaboro con diverse realtà editoriali occupandomi di economia.

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La riforma delle pensioni torna al centro del dibattito politico in vista della prossima legge di Bilancio. Il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon, in un’intervista al Corriere della Sera del 25 agosto scorso, ha rilanciato l’idea di estendere la possibilità di andare in pensione a 64 anni anche ai lavoratori del cosiddetto sistema misto – cioè a chi ha iniziato a versare contributi prima del 1° gennaio 1996. È bene chiarire subito un punto: non si tratta di una misura già approvata, ma di una proposta politica che la Lega intende portare nel confronto sulla prossima manovra.

Cosa prevede oggi la pensione a 64 anni

Attualmente, per la maggior parte dei lavoratori la regola generale per la pensione di vecchiaia prevede un’uscita a 67 anni, con almeno 20 anni di contributi versati. L’uscita anticipata a 64 anni esiste già, ma è riservata ai cosiddetti “contributivi puri” – i lavoratori che hanno iniziato a versare contributi dopo il 1996 e la cui intera pensione viene quindi calcolata con il metodo contributivo.

La proposta della Lega punta a estendere questo canale anche a chi rientra nel sistema misto, cioè a chi ha una parte di contributi versati prima del 1996 e oggi non può accedere a questa possibilità.

I requisiti previsti dalla proposta

Il meccanismo delineato prevede requisiti piuttosto stringenti, che diventeranno progressivamente più severi negli anni:

  • età minima di 64 anni (che salirà a 64 anni e un mese dal 2027, fino a 64 anni e 3 mesi dal 2028)
  • almeno 25 anni di contributi (che scenderanno progressivamente a 20 anni e un mese dal 2027, fino a 20 anni e 3 mesi)
  • un assegno pari ad almeno 3 volte l’assegno sociale, corrispondente nel 2026 a 1.638,72 euro lordi mensili
    l’accettazione del ricalcolo interamente contributivo dell’intera pensione, compresa la quota maturata prima del 1996

Quest’ultimo punto è quello che cambia davvero le carte in tavola rispetto alla situazione attuale: non si tratterebbe semplicemente di abbassare l’età della pensione di vecchiaia da 67 a 64 anni per tutti, ma di creare un percorso anticipato con condizioni specifiche e un costo preciso da accettare.

Il ruolo del TFR per chi resta sotto la soglia minima

Per chi, dopo il ricalcolo, non raggiunge la soglia minima di 1.638,72 euro lordi mensili richiesta per accedere a questo canale, la proposta prevede la possibilità di trasformare in rendita una parte del TFR accumulato presso l’INPS, così da integrare l’importo mancante.

Il caso del lavoratore con retribuzione di 35.000 euro è emblematico: dopo il ricalcolo scenderebbe sotto la soglia dei 1.638,72 euro e dovrebbe trasformare in rendita circa 24.360 euro di TFR solo per recuperare i circa 95 euro mensili mancanti rispetto alla soglia minima.

Il dato più significativo riguarda però la retribuzione media dei lavoratori dipendenti privati, indicata nell’analisi in circa 24.486 euro lordi annui. Con una carriera di 40 anni, a 64 anni la pensione contributiva simulata sarebbe di circa 1.546 euro – ancora sotto la soglia richiesta. Utilizzando anche il TFR maturato su metà carriera si supererebbe il requisito 2026, ma non quello previsto per il 2030. Solo impiegando l’intero TFR si riuscirebbero a superare entrambe le soglie. Con carriere più brevi – 25 o 30 anni di contributi – secondo la simulazione, nemmeno l’intero TFR sarebbe sufficiente a raggiungere l’importo minimo.

A chi può convenire questa proposta

Nonostante le simulazioni indichino tagli significativi, ci sono profili di lavoratori a cui la misura potrebbe effettivamente convenire. In particolare, la proposta della Lega risulterebbe vantaggiosa per:

chi ha maturato pochi anni nel sistema retributivo prima del 1996 (meno pesa quella quota, meno incide il ricalcolo)
chi ha già una pensione superiore alla soglia minima di 1.639 euro anche dopo il ricalcolo
chi considera prioritario lasciare il lavoro in anticipo, accettando consapevolmente un assegno più basso

Resta però un nodo politico aperto: la sostenibilità sociale di una misura che, nella sua applicazione concreta, rischia di risultare accessibile soprattutto a chi ha già redditi medio-alti. I lavoratori con carriere discontinue, con periodi di part-time o con interruzioni dovute al lavoro di cura – categoria in cui rientrano soprattutto le donne – rischiano invece di restare esclusi de facto, perché per loro il ricalcolo contributivo abbatterebbe l’assegno sotto la soglia minima richiesta senza che il TFR sia sufficiente a colmare il divario.

Una proposta, non ancora una legge

Vale la pena ribadirlo: al momento si tratta di una proposta politica in discussione, non di una misura già approvata o in vigore. Il confronto sulla prossima legge di Bilancio nelle prossime settimane chiarirà se e in che forma questa misura verrà effettivamente introdotta.

Per chi si avvicina all’età pensionabile e vuole capire quale canale di uscita sia più conveniente nella propria situazione specifica – tra i requisiti attuali e le eventuali novità in arrivo – una valutazione personalizzata resta il modo più sicuro per non prendere decisioni affrettate.

Il Sindacato Pensionati Fenalca è a disposizione presso le sedi su tutto il territorio nazionale per una consulenza previdenziale personalizzata e per verificare i requisiti di accesso alla pensione nella tua situazione specifica. Puoi prenotare un appuntamento direttamente online sul sito fenalca.it.

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